lunedì 5 febbraio 2018

CHE SUCCEDE?

Innanzitutto vogliamo rassicurare qualche lettore e lettrice che noi, collaboratori del Corace, siamo tutti felici, qualche volta esprimiamo opinioni e giudizi su fatti e circostanze poco graditi, fa parte del gioco.
In questi giorni abbiano appreso di denunce e di indagati su questioni di natura urbanistica, una lottizzazione in una cava dismessa e la vicenda cosiddetta EUROSPIN. Con ogni probabilità si indagherà anche su altre vicende urbanistiche e potrebbero essere accertati ulteriori abusi edilizi.

Per quanto ci riguarda lo abbiano sempre detto. Il Sindaco, sul problema dell'abusivismo edilizio, ha sempre minimizzato. Prima delle elezioni ad una nostra precisa domanda rispose "...Quanto all'abusivismo edilizio: non vediamo il particolare allarme dell'abusivismo edilizio a Cori, anzi, tale fenomeno nel nostro paese è puramente casuale e accidentale. Di tratta di alcuni episodi non allarmanti dal punto di vista politico e urbanistico, bensì legati a vicende di carattere burocratico".

Sarà davvero così? Prima che sia troppo tardi rinnoviamo l'invito a verificare la regolarità dei rimborsi carburante, sulla sparizione di un personal computer recentemente acquistato e su altre questioni da tempo evidenziate. Un altro aspetto a dir poco singolare è il ritardo per l'assegnazione dei lavori per il completamento della piscina comunale (vorremmo conoscere il costo complessivo per la funzionalità della piscina). A suo tempo scrivemmo che dal Palazzo filtravano voci riguardanti l'esecuzione dei lavori, chi gradirebbe una ditta di Lariano, chi invece una ditta di Frosinone. È questo il motivo del ritardo?

Pubblicato sul numero 1 del 2018 nel "Il Corace"

UN LIBRO, UNA CANZONE, UN FILM E ALTRE STORIE

Caro lettore, dò il via ad una rubrica che mensilmente troverai su queste pagine. Ti parlerò di libri, canzoni, film, di vicende che magari non conosci e da cui puoi prendere spunto per impiegare il tuo tempo e imparare cose nuove.
Sono sicuro che nelle pagine di un libro, nelle note di una canzone o nelle immagini di un film, ci troverai dentro un qualcosa di te, della tua vita. Di solito funziona così. In questi anni zero c’è bisogno che ognuno di noi ricominci ad immaginare, a sognare; perché no! Di tempo per stare con i piedi per terra ne abbiamo fin troppo. Dobbiamo imparare a circondarci di cose belle: viaggiare, amare, desiderare, nuotare, ridere, ascoltare, piangere... E poi ricominciare da capo, ed ancora per tutte le volte che ne abbiamo bisogno. Hai letto bene. Persino piangere può essere una cosa bella, possiamo imparare a risorgere e riprenderci il nostro piccolo posto nel mondo; perché è proprio qui, in questo momento, che bisogna stare. Perché contrariamente a quello che ci vogliono far credere - sarà proprio la bellezza che ci salverà, tutti quanti.

Per questa prima volta voglio partire da un libro che ho letto recentemente, un romanzo sulla strada: A Dime a Dozen, di Stefano Marelli. Nel 1922, Hadley Richardson - famosa per la sua sbadataggine e per essere stata la prima moglie di Ernest Hemingway - dimenticò su di un taxi una valigetta contenente tutto ciò che suo marito (all’epoca ancora un giovane aspirante romanziere) aveva scritto fino a quel momento. Tutto andò perduto e di quei manoscritti non se ne seppe più nulla. La giovane donna raccontò che la valigetta le venne rubata appena arrivata alla stazione. L’accaduto gettò nello sconforto più totale il giovane Ernest, che in un primo momento pensò addirittura di abbandonare per sempre la sua passione per la scrittura; anche se poi sappiamo tutti come è andata. Questo episodio realmente accaduto fa da sfondo al racconto di Marelli, un romanzo on the road sui passi di Miller e il suo amore sfrenato per la letteratura di Hemingway: amore tramandatogli da suo padre, un soldato americano giunto in Italia per via della guerra. Il Montana, la Lombardia degli anni ‘60, la Parigi degli anni ‘20 e il deserto tunisino sono i luoghi di Miller e della sua famiglia, i luoghi nei quali le pagine del romanzo prendono vita e portano il lettore ad immaginarsi in quei momenti e in quei luoghi. Buona lettura! A Dime a Dozen, di Stefano Marelli – Rubettino Editore, 2016

Scritto da Tommaso Guernacci - Pubblicato sul numero 1 del 2018 nel "Il Corace"

UOMINI SENZA

Nel poco tempo libero che ho mi dedico ad aiutare famiglie che devono tirare a campare (e spesso, inspiegabilmente, ce la fanno) con quattro miseri soldi in croce, raggranellati attraverso lavori a singhiozzo, aiuti sociali e qualche gesto di carità. E mi si è dischiuso davanti un mondo che vi voglio raccontare. Premesso che uso poco e mal volentieri la parola ‘povertà’ (infatti eviterò di farlo anche questa volta), vorrei specificare che non sto parlando dei working poors (che possono contare su un’occupazione, magari parziale, magari sottopagata) né di quelli che perdono progressivamente benessere.
Parlo di coloro che hanno perso il lavoro o non lo hanno avuto per molto tempo. E che oggi lo cercano. Una nazione nella nazione di donne e uomini che sudano fatica di vivere. In silenzio. Pochi tra loro sanno come cercare un lavoro. Sì, perché un metodo per la ricerca del lavoro c’è e dà i suoi frutti, se applicato. Quello che mi sorprende, semmai, è che anche quelli che lavorano per far trovare lavoro agli altri non sappiano cosa fare. E, peggio ancora, alcuni di loro non ci credono più.

Se cominciamo a studiare la rivoluzione che ha travolto il nostro mondo della ricerca del lavoro, ci accorgiamo di ciò che di diverso c’è, oltre il numero, apparentemente costante, di 23 milioni di occupati. In 10 anni sono cambiati i lavori, le forme e i livelli di retribuzione. Tutto un altro paese che lavora. Udite udite. Servono sempre meno operai nelle manifatture (-400.000) e non ce ne facciamo più nulla di molti operai edili (se muoiono le imprese edili diventano inutili anche 500.000 loro lavoratori). Aggiungiamo 200.000 dipendenti pubblici e dell’esercito e superiamo di slancio il milione di persone che in 10 anni non lavora più. Scompaiono dei lavori. E’ un fatto, è sempre stato così ma oggi è tutto così veloce…
Se non hai una specializzazione sembri non interessare più al mondo del lavoro. Operai generici, senza qualifiche. Impiegati generici, senza specializzazioni. Addetti senza preparazione specifica. Lavoratori che non conoscono altre lingue. Uomini e donne senza: non vi vuole più nessuno. Cercate pure quello che non c’è più, fino a quando non vi vinceranno lo sconforto, il senso di fallimento e quell’energia che oggi giorno si assottiglia. Un destino che non è soltanto dei ‘senza’, credete.

Nel 2011 scrivevo che sarebbero scomparsi decine di migliaia di bancari. Non a causa della crisi ma approfittando della crisi, perché il modello economico adottato dalle nostre banche non era sostenibile. Avrei voluto scriverlo io - al posto dell’Economist - quel titolo di articolo che recitava: “In Italia ci sono più banche che pizzerie!”. Cambia il modello economico, molte persone non lavorano più. E non sanno perché.
Vince il cellulare con tutte le sue funzioni. Lo stringiamo tra le mani e non capiamo quanto determini indirettamente la mancanza di lavoro di altre persone che conosciamo e che magari confortiamo attraverso quello stesso telefono. Ci sono lavori che, per adesso, tirano. Un po’ di cuochi, qualche addetto alla ristorazione (potete immaginare quanto pagati) ma soprattutto molti operatori socio sanitari, il vero boom atteso di un paese che statisticamente invecchia. Ci sono infine lavori ‘sicuri’. Credetemi, ad oggi veramente sicuri. Hanno nomi inglesi, naturalmente, sconosciuti ai più: data scientist, blockchain expert, chief digital expert tra gli altri: non più una nicchia ma molto materiale umano indispensabile per assecondare e potenziare le evoluzioni tecnologiche. Serve qualcuno che sappia farsene qualcosa dei big data, di tutte le informazioni, cioè, che ognuno di noi sparge sul web, qualcuno che lavori sulla tecnologia sottostante le criptovalute (blockchain) e qualcuno che traghetti le imprese nell’inevitabile processo di trasformazione digitale. E poi chi si occupa di sicurezza informatica (cybersecurity expert), chi costruisce business digitali…
Merce preziosa per la quale si è disposti a pagare molto. Cambiano i lavori, cambiano le forme contrattuali, ovviamente. Meno lavoratori indipendenti e anche meno dipendenti, perché sono sempre più i lavoratori ‘a termine’ e il termine si accorcia, nel tempo, tra l’altro. Impazza la gig economy, “l’economia dei lavoretti”, tradurrebbe qualcuno. E il diritto del lavoro insegue il mondo dei lavori opachi che spuntano come funghi. E non ce la fa a star dietro a questo mondo di bassi salari che corre veloce.

Io non ho una ricetta, vedo quello che vedete voi. Sento invocare il rilancio dei nostri tesori sommersi, tra i quali il turismo e l’agroalimentare. Protetti e rilanciati dalle nuove tecnologie, ovviamente. Una ricetta non ce l’ho ma, quando guardo le persone che incontro, sento che non sono poi così inutili. Certo conviene smettere di cercare in loro ‘quello che manca’ e provare a ripartire dai talenti che hanno, spesso importanti. Sento dire di molti adulti ‘fragili’ che non hanno risorse (chi frequenta il sociale incontra quotidianamente questa espressione): credo invece che, presi al ritmo a cui andiamo, non siamo più capaci di indossare gli occhiali che ci fanno vedere quello che sanno e che possono fare gli altri, magari sopperendo al talento con maggior metodo e costanza. Non più ‘quelli che sono fuori’, non più ‘uomini senza’ ma ‘uomini con’.

Scritto da Antonio Cajelli - Pubblicato sul numero 1 del 2018 nel "Il Corace"