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lunedì 29 marzo 2021

LO SMART WORKING E' DAVVERO COSI' SMART?

 A distanza di oltre un anno dall’inizio della pandemia sorge spontanea una domanda: lo smart working ha davvero facilitato la nostra vita lavorativa, oppure nasconde dei rischi per il nostro benessere? La pandemia lo sappiamo, ha cambiato le nostre vite anche dal punto di vista professionale e per molti la casa è diventata quanto di più simile ad un’aula scolastica o ad un ufficio. Se prima uscivamo di casa di corsa per raggiungere scuola o ufficio, ora ci ritroviamo in simultanea ad avviare pc, tablet e macchinetta del caffè, senza magari esserci ancora finiti di vestire: spazio e tempo sono condivisi con familiari, coinquilini e figli in DAD. Allo smart working che riguarda il lavoro dei dipendenti, che appunto rimangono a lavorare a casa, dobbiamo necessariamente sommare tutti coloro che svolgono attività di telelavoro portando presso il proprio domicilio orari e ritmi aziendali, e i liberi professionisti che in questo periodo, per scelta o necessità, lavorano da casa. 



Lo stesso presidente del CNOP (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi), David Lazzari afferma come siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione dell’organizzazione del lavoro, a cui il Covid-19 ha dato una forte accelerata, e che non si vedeva forse dai tempi della rivoluzione industriale. Verrebbe forse da dire allora, che forse sarebbe il caso di avere una sorta di kit di istruzioni per adattarsi a questo grande cambiamento. Già perché quello che preme sottolineare è proprio il fatto che i lavoratori sono stati lasciati fondamentalmente soli a dover riorganizzare regole, tempi e spazi di lavoro, senza indicazioni e confini precisi. Soprattutto nelle prime fasi della pandemia e del lockdown, il problema della gestione dello spazio fisico e delle connessioni, si è fatto particolarmente sentire, e ancora oggi, col permanere della situazione attuale, appare solo parzialmente arginato e gestito. Non dimentichiamo poi che il lavoro da casa, e la didattica da casa, di fatto ha fatto sì che emergessero differenze di ordine sociale ed economico, tra chi ha potuto agevolmente organizzarsi e chi, ancora oggi, fa fatica a trovare soluzioni in tal senso, senza dimenticare la difficoltà di quanti, meno avvezzi all’uso della tecnologia, in questo momento si sono trovati non poco svantaggiati. Inoltre, come sarà stato possibile constatare da parte dei più, il lavoro da remoto, quindi mediato dalla tecnologia, segue le naturali caratteristiche della stessa, tra cui la dilatazione dei tempi di lavoro. In sostanza, in casa si lavora di più! La carenza di risorse e mezzi tecnologici e delle connessioni, la difficoltà di gestire gli spazi, le lunghe ore trascorse seduti su una sedia all’interno delle mura domestiche davanti ad un monitor, l’impossibilità del contatto fisico e dell’interazione con i colleghi o compagni di scuola, la presenza dei componenti della propria famiglia a loro volta alle prese con le loro necessità organizzative, chi scolastiche, chi lavorative, chi di organizzazione del quotidiano, la dilatazione degli stessi tempi di lavoro, di fatto genera un forte accumulo di stress che grava sull’assetto esistenziale di tutti noi in questo momento. Sempre più spesso si sente parlare di “diritto alla disconnessione”: se infatti almeno il lavoro in ufficio, si fermava una volta messo piede fuori dallo stesso, adesso si rischia, e di fatto si verifica che non è più così: riunioni che si prolungano, e-mail che vengono inviate e lette dopo l’orario di lavoro, compiti che vengono caricati sui registri online anche ore dopo la fine della lezione tenendo gli studenti in uno stati di allarme e attenzione costante, sono solo alcuni esempi di ciò. I lavoratori, e gli studenti hanno diritto, e per certi aspetti devono, trovare il loro tempi di disconnessione, al fine di evitare che questa condizione di sovraccarico informativo e di iperconnessione nella quale viviamo, possa incidere in maniera ancora più significativa sul nostro benessere esistenziale. In fondo, per lavorare, e anche per rendere meglio nello studio, occorre imparare a staccare, a concedersi delle pause, a concedersi delle disconnessioni.

Scritto da Francesca De Rinaldis - Pubblicato sul numero 3 del 2021 del Il Corace

sabato 31 ottobre 2020

EDUCARE AL RISPETTO E NON ALLA PAURA

La differenza tra l’educare al rispetto e l’educare all’obbedienza, è fondamentale per la creazione di una relazione armonica tra genitori e figli e tra questi ultimi e la società. L’obbedienza infatti può creare una barriera tra genitori e figli e produrre difficoltà di adattamento per i figli in futuro. L’obbedienza si realizza attraverso l’esecuzione di ordini dati da un’altra persona considerata come “superiore”, in questo caso il genitore. L’obbedienza si caratterizza per l’assenza di spiegazioni, un esempio tipico è: “fallo perché lo dico io!”. Tale tipologia di imposizione che implica la sola azione dell’obbedienza in assenza di qualsiasi spiegazione o motivazione, può facilmente creare una barriera comunicativa: in assenza di spiegazioni, un figlio non comprende le ragioni per cui è obbligato a fare o a non fare una determinata azione. 



I figli infatti per sviluppare una sana autostima e una sana capacità relazionale, hanno bisogno di guide sicure, che sappiano spiegare e motivare le loro azioni, i loro atteggiamenti, per poter offrire quel rispecchiamento sereno che permetta la formazione di un modello affidabile di comportamento. Hanno bisogno di sapere che i genitori credono in loro, che li accettano per quello che sono, che si fidano di loro anche se qualche volta gli rimproverano “difetti” e atteggiamenti sbagliati, hanno bisogno di sapere che sono orgogliosi di loro per ciò che sono, non solo per ciò che fanno, per le loro prestazioni scolastiche, sportive e relazionali. Il rischio maggiore invece, di una forma di educazione basata sull’obbedienza, è che da adulto un figlio possa sviluppare una scarsa coscienza di sé e un atteggiamento passivo, proprio perché l’obbedienza è stata determinata e ottenuta, attraverso punizioni e imposizioni, e quindi paura: “Se non farò ciò che mi viene chiesto, ciò che ci si aspetta da me, non sarò più amato!”, può essere una possibile forma di pensiero caratterizzata da paura, che un figlio può sviluppare e che lo porta ad obbedire piuttosto che a riflettere e a scegliere. Ben diversa è invece l’educazione al rispetto. 

Ogni genitore desidera che i propri figli prestino attenzione alle loro richieste, indicazioni, suggerimenti, ma per ottenere ciò è essenziale che i figli comprendano il senso di quanto suggerito e trasmesso, in modo da poter sviluppare la capacità di saper agire nel rispetto dell’altro. È necessario infatti che il genitore sappia spiegare e motivare la ragione per la quale avanza una richiesta al figlio, oppure chiede al figlio di non eseguire qualcosa o di non compiere determinate azioni. La spiegazione infatti filtrata dal genitore, permette al figlio di sviluppare una riflessione sullo stesso e di scegliere come agire nel rispetto dei pensieri e dei bisogni altrui. Al tempo stesso tale riflessione consente al figlio di poter prendere contezza anche dei propri bisogni e delle proprie motivazioni a compiere o meno un’azione, di comprenderne i significati e i confini relativamente al rispetto dell’altro: in questa maniera un figlio potrà andare incontro ad un sano e adeguato sviluppo della capacità di agire in modo spontaneo e consapevole. Facciamo un esempio: dire “stai zitto e fermo perché mi dai fastidio”, e dire “puoi stare in silenzio per favore? La mamma ora è al telefono”, non è certamente la stessa cosa. La spiegazione data nella seconda frase e soprattutto il tono empatico che la caratterizza, permette al figlio di comprendere quanto richiesto, di riflettere sul proprio comportamento e regolare i propri stati emotivi, apprendendo pertanto una modalità corretta, e rispettosa, di agire.

Scritto da Francesca De Rinaldis - Pubblicato sul numero 7 del 2020 del "Il Corace"

mercoledì 30 settembre 2020

CIBO E IDENTITÀ: MANGIAMO CIO' CHE SIAMO

Fu il filosofo Feuerbach nel 1862 a pronunciare quello che è diventato un famoso aforisma: “siamo ciò che mangiamo”. Tale aforisma che fa dunque parte del nostro linguaggio comune in tema di alimentazione, induce verso la differenziazione tra ciò che fa bene e ciò che fa male alla nostra salute, ma possiamo tentare in questa sede di provare a capovolgere tale principio con l’affermazione: “mangiamo ciò che siamo”, partendo cioè anziché dal cibo, proprio dalla nostra identità. Pensando ai nostri giorni infatti sentiamo spesso la domanda: “Che stile alimentare segui?”, una domanda che sta a sottolineare proprio quanto la dieta che si segue possa essere un tratto distintivo della nostra personalità, proprio come accade per i gusti musicali o le mete di viaggio scelte. Ecco allora che onnivoro, vegetariano, vegano, fruttariano, crudista, ecc., non definiscono solo stili alimentari, ma riguardano più direttamente un preciso stile di personalità e di identificazione sociale. Recentemente uno studio svolto su un campione di 393 partecipanti, ha concentrato l’attenzione sulle caratteristiche psicologiche relative a cinque modelli dietetici restrittivi attraverso il confronto tra cinque gruppi distinti (vegetariano, vegano, senza glutine, paleo e dieta dimagrante) ed un gruppo di controllo non aderente ad una dieta. Nel complesso dei risultati, il gruppo impegnato in una dieta dimagrante tendeva ad essere il più “estremo” nelle sue caratteristiche, mostrando un minor grado di benessere psicologico e atteggiamenti e comportamenti alimentari meno salutari, nonché minore autocontrollo e senso di auto efficacia. Al contrario, i gruppi vegetariani, vegani e, soprattutto, i paleo, hanno mostrato caratteristiche di forza psicologica, compresi comportamenti alimentari più efficaci e motivati dalla salute. Infine, le caratteristiche dei partecipanti del gruppo senza glutine e del gruppo di controllo tendevano a collocarsi fra quelle di altri gruppi appartenenti a stili alimentari restrittivi ed il gruppo che seguiva una dieta dimagrante. (Norwood et al, 2018). Certamente non si vuole proporre, anche sulla base dei riscontri dello studio appena riportato, una classificazione psicologica dei diversi stili alimentari, si vuole bensì porre una riflessione condivisa rispetto a come la nostra identità, ciò che sappiamo di noi, influenzi e determini anche le nostre scelte alimentari, e ciò non riguarda solo la tipologia di cibo ma anche la quantità. Ad esempio strereotipicamente associamo tutti noi la figura femminile all’assunzione di minori quantità di cibo o di porzioni più ridotte di cibo, rispetto al genere maschile, tanto è vero che le donne che mangiano porzioni maggiori vengono percepite come più mascoline. Inoltre la scelta del cibo o dello stile alimentare può essere determinata anche da motivazioni di ordine etico, politico, o anche religioso. Riflessioni queste che aprono la strada alla comprensione di una nuova branca della psicologia, definita appunta Psicologia dell’Alimentazione, all’interno della quale è stata coniata anche l’espressione “ortoressia” proprio per definire l’ossessione per il mangiar sano (Bratman, 1997), e che rappresenta uno dei disturbi più attuali in questa area della psicologia. Allo stato attuale non esistono criteri diagnostici ufficiali per identificare l’ortoressia tanto che ci si chiede se questo rappresenti un disturbo alimentare vero e proprio o se sia da riferirsi a comportamenti inerenti uno stile di vita sano. Ricerche recenti evidenziano la natura bidimensionale dell’ortoressia, che vede da una parte una dimensione correlata all’interesse per un’alimentazione sana (ortoressia sana) e l’altra collegata ad una preoccupazione eccessiva per la stessa (ortoressia nervosa) (Depa et al, 2019). Da qui la necessità di un confine che differenzi gli stili di vita sani da comportamenti disfunzionali che possono spingere la persona fino ai confini dell’isolamento sociale.

Scritto da Francesca De Rinaldis - Pubblicato sul numero 6 del 2020 del "Il Corace"

mercoledì 1 luglio 2020

EMPATIA, ARTE E SOCIALITÀ

L'empatia è la capacità di comprendere appieno lo stato d'animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Empatia significa sentire dentro ed è una capacità che fa parte dell’esperienza umana. Si tratta di un forte legame interpersonale e di un potente mezzo di cambiamento. Il concetto può prestarsi al facile riduttivismo mettersi nei panni dell’altro, mentre invece significa andare non solo verso l’altro, ma anche portare questi nel proprio mondo. È una forma molto profonda di comprensione dell'altro perché si tratta d'immedesimazione negli altrui sentimenti. L’empatia è un’abilità sociale di fondamentale importanza e rappresenta uno degli strumenti di base di una comunicazione interpersonale efficace e gratificante. Nelle relazioni interpersonali l’empatia è una delle principali porte d’accesso agli stati d’animo e in generale al mondo dell’altro, ecco dunque perché, senza empatia non costruiremmo amicizie, senza empatia ci sentiremmo in un mare sconfinato di solitudine. In un’epoca nella quale le relazioni e gli scambi tra persone avvengono soprattutto per chat e attraverso i social network, si rischia di diventare sempre più aridi nei sentimenti e sempre meno empatici. Si corre soprattutto il rischio di restare intrappolati scambiare l’effimero mondo relazionale della rete, e di non sentire, invece, il forte senso di solitudine che nella vita reale può caratterizzare l’esistenza di alcuni. Dunque riportare la relazione ad uno scambio reale tra persone, fatto di contatto e di empatia soprattutto, appare la via privilegiata per combattere la solitudine e le diverse forme di isolamento sociale. Un aiuto importante in questo senso, può arrivare dall’arte e in senso più generale, dalla creazione artistica, essendo l’arte nelle sue varie forme (pittorica, fotografica, teatrale, musicale, ecc.), capace di facilitare proprio quel rispecchio e coinvolgimento emotivo, tipico dell’empatia, e di essere quindi un ponte di relazioni sociali. Per meglio comprendere tale affermazione, basti pensare al fatto che, chi nel momento in cui produce un’opera artistica, proietta sulla stessa il proprio vissuto emotivo, realizzando dunque un prodotto che è al contempo capace di suscitare anche la reazione emotiva degli altri. Nella condivisione artistica, nel riflesso del proprio sentire nelle creazioni dell’altro, si genera un canale di comunicazioni che hanno il potere aggregante di conferire senso unitario di identità, di somiglianza, di relazione, quindi anche di accettazione e di rispetto. Auspicabile sarebbe dunque, che la scuola di oggi e di domani, nell’assolvere alla sua fondamentale funzione civile di agenzia educante e socializzante, sia sempre più nutrita di approcci didattici e pedagogici che sappiano valorizzare, accanto alla didattica, le competenze empatiche, apprese proprio attraverso l’attività creativa ed artistico-espressiva.


Scritto da Francesca De Rinaldis - Pubblicato sul numero 5 del 2020 nel "Il Corace"

sabato 30 maggio 2020

ESSERE GENITORI: L'IMPORTANZA DI ESSERE AFFIDABILI E NON PERFETTI

Una frase di Elbert Hubbard, filosofo e scrittore statunitense, recita così: “Quando i genitori fanno troppo per i figli, va a finire che i figli non faranno abbastanza per loro stessi”. Del resto si sa, ogni genitore vorrebbe sempre dare il massimo ai propri figli, preservandoli da pericoli e malessere di qualsiasi genere. Tale atteggiamento ha anche la funzione di proteggere il genitore da eventuali sensi di colpa che potrebbero insorgere se, davanti alla constatazione di un malessere più o meno transitorio del figlio, potesse sentirsi impotente o inadeguato nel tentativo di risoluzione dello stesso malessere.
Quante volte un genitore può sentirsi sotto pressione o semplicemente inadeguato nel suo ruolo perché gli sembra di non riuscire a fare tutte quelle cose che, invece, sembrano riuscire benissimo agli altri, ai “bravi genitori” cui sembra andare sempre tutto per il verso giusto?
Diciamoci la verità, essere genitori è difficile e troppe volte vengono proposti standard di perfezione, complice la televisione, i social network, che sono falsati, in realtà irraggiungibili, col rischio di aumentare il livello di stress sperimentato dalle mamme e dai papà.
È allora importante ricordare, e ribadire, il principio per il quale i figli non hanno bisogno di genitori perfetti, semmai, di genitori affidabili. L’importante per un genitore non è “non sbagliare mai”, ma essere consapevole di certe dinamiche e delle loro conseguenze, riconoscere i propri errori e riuscire a riparare con i figli.
Tale affermazione legittima quindi anche il diritto del genitore ad essere imperfetto, a perdonare, in alcuni casi, questa sua imperfezione.
Infatti, per quanto si cerchi di seguire certe “linee educative”, nei momenti di stanchezza e stress può essere difficile fare la scelta giusta e si cede naturalmente all’emotività del momento, cadendo nel circuito degli scontri, delle urla e delle punizioni.
Il problema non è certo quelli di perdere qualche volta la pazienza: i genitori non possono, e non devono, fare sempre la cosa giusta al momento giusto. L’errore è normale, sbagliare fa parte dell’esperienza genitoriale di crescita insieme e accanto ai propri figli. Anzi, nell’errore è insita la possibilità della riflessione e dell’emancipazione, perché è proprio dalle situazioni più critiche che può nascere la messa in discussione personale e come figura di riferimento genitoriale.
La messa in discussione certamente passa attraverso l’analisi e l’espressione delle emozioni connesse all’esperienza negativa. Ciò che nuoce infatti alla relazione genitoriale è il timore di riflettere sui propri comportamenti, prendere coscienza anche dell’errore e tenere magari di chiedere scusa per paura di perdere agli occhi del figlio, il proprio ruolo, la propria autorità.
Invece, attivare una comunicazione aperta sulle emozioni che una situazione difficile, critica, ha attivato, ed eventualmente anche il chiedere scusa da parte di un genitore al figlio, significa riuscire a fare l’analisi delle proprie azioni, a rispettare l’altro. Il genitore che riesce ad entrare in contatto con le proprie emozioni, attua comportamenti che hanno una forte valenza educativa: il figlio attraverso l’esempio del genitore apprende che non solo è normale, ma anche sano confrontare e comunicare autenticamente i propri stati d’animo all’altro all’interno di una relazione significativa, proprio come quella familiare. Ciò comporta un’implementazione del senso di fiducia reciproca e soprattutto, da parte del figlio, la percezione dell’affidabilità del genitore, che rafforza ancora di più la sua funzione di punto di riferimento.

Scritto da Francesca De Rinaldis - Pubblicato sul numero 4 del 2020 del "Il Corace"

venerdì 10 aprile 2020

LA PAURA E LA GESTIONE DELLO STRESS DURANTE L'EMERGENZA CORONAVIRUS

La paura è un’emozione primaria, non solo potente, ma anche utile. Infatti, ha permesso l’evoluzione della specie umana agendo in funzione di prevenire i pericoli e quindi di evitarli. La paura però, è funzionale solo quando essa è proporzionata ai pericoli. Una gestione più concreta di ciò è sicuramente possibile quando l’uomo, posto davanti ad un pericolo concreto, può decidere volontariamente se affrontarlo o meno. Oggi ciò è reso meno possibile in funzione del fatto che molti pericoli ai quali siamo esposti non dipendono dalle nostre esperienze dirette: ne veniamo principalmente a conoscenza dai mezzi di informazione mass mediatica e virtuale che spesso non si limitano a descrive, ma possono esagerare ed ingigantire fatti e fenomeni descritti, col rischio di amplificazione della percezione del pericolo, e quindi, anche del rischio da parte del destinatario e quindi, di noi tutti.  Si ha più paura soprattutto dei fenomeni sconosciuti, rari e nuovi, e la diffusione del Coronavirus ha proprio queste caratteristiche.

Accade così che la paura diviene eccessiva rispetto ai rischi oggettivi relativi a determinati pericoli e in questi casi la paura, trasformandosi in panico, finisce per danneggiarci. Avere invece quella che potremmo definire la “giusta” paura non solo è normale ma ci protegge dal pericolo di essere contagiati e contagiare, spingendoci dunque ad attuare tutte le misure preventive e cautelative che il Governo ci ha invitato ad intraprendere.

In questi giorni in cui siamo costretti a restare in casa, unitamente ad emozioni connesse alla paura e all’angoscia connessa all’emergenza sanitaria, si può essere maggiormente esposti allo stress, le cui ricadute rischiano anche di compromettere non solo il benessere del “qui ed ora” dell’esperienza quotidiana, ma anche la nostra capacità progettuale verso il futuro e la fine dell’emergenza stessa.

Alcuni suggerimenti per salvaguardare il benessere:
- Sviluppare la resilienza: la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi negativi e per svilupparla occorre adottare un atteggiamento costruttivo, organizzarsi restando sensibili ed aperti alle opportunità che la vita può offrire in ogni situazione, anche negativa: ad esempio la nostra casa piuttosto che una prigione potrebbe essere come rifugio e il tempo trascorso al suo interno, come un tempo ritrovato piuttosto che perso.
- Riscoprire le proprie risorse: semplicemente rilassandoci e provando a riorganizzare in maniera diversa la nostra quotidianità godendoci momenti che magari prima erano vissuti velocemente o messi da parte come leggere un libro, fare colazione, stare a tavola con i nostri affetti, dialogare con loro.
- Gestire le emozioni negative: è facile in questo momento essere invasi da emozioni negative come la paura e la tristezza. Occorre accettare questi stati d’animo, prenderne coscienza senza rinnegarli, per poter poi andare oltre concentrando il pensiero su attività e ci permettano di rilassarci e costruire significato nel qui ed ora della nostra giornata. A tale scopo è utile agevolare la capacità di aprire la nostra mente all’altro, ossia di condividere con le persone che abbiamo vicino, o con quelle con le quali siamo in contatto anche solo per via telematica, le nostre emozioni e i nostri stati d’animo, tenendo conto che possono facilmente appartenere a tutti noi in questo momento. Ma non solo, accanto agli stati d’animo negativi è bene condividere anche progetti e intenti per il futuro.
- Limitare l’attività di ricerca di notizie e in formazioni: evitare di guardare compulsivamente il cellulare o il pc alla ricerca di informazioni o notizie sul momento di emergenza sanitaria onde evitare di appesantire il carico cognitivo con la conseguente sensazione di essere continuamente sotto pressione. È meglio limitarsi ad aggiornarsi una, due volte al giorno attingendo a fonti ufficiali.
- Dedicare tempo a chi amiamo: approfittiamo di questo spazio e di questo tempo per parlare con i nostri figli, bambini o adolescenti per ascoltare anche i loro pensieri e le loro emozioni; dedichiamo tempo alla coppia, ai nostri genitori, ai nostri nonni, ai nostri amici vicini o lontani che siano. In questo caso la tecnologia può fornire ai nostri giorni un valido aiuto, basti pensare alle piattaforme social e alla possibilità di effettuare video chiamate.
- Curare il corpo e l’alimentazione.
- Fare progetti per il futuro, quando l’emergenza sarà terminata: pianifichiamo ad esempio un’attività, un viaggio, la frequentazione di un corso che troppe volte abbiamo rimandato, la visita ad una persona cara che è lontana, investiamo dunque le nostre energie e canalizziamo i nostri pensieri verso progetti costruttivi e creativi.

Scritto da Francesca De Rinaldis

Pubblicato sul numero 3 del 2020 del "Il Corace"

sabato 8 febbraio 2020

UN PARCHEGGIO COME MIRAGGIO

È di pochi giorni fa, 7 febbraio 2020, la giornata nazionale contro il Bullismo a scuola. Una giornata che ha visto coinvolti tutti i bambini di Italia e le loro scuole, coinvolti in attività di sensibilizzazione e contrasto al fenomeno, aderendo alla campagna del Miur, “un nodo blu”. Il Bullismo è un fenomeno di vecchia data purtroppo, ma l’attenzione al fenomeno e soprattutto alle conseguenze che questo può produrre in termini di benessere e sicurezza sociale, è molto recente, forse anche in conseguenza alla constatazione che negli ultimi anni i comportamenti dei così detti bulli, sono andati via via sempre più caratterizzandosi di aggressività, rabbia e soprattutto mancanza di empatia. Soprattutto sembra essersi sensibilmente abbassata la soglia di età: se in tempi meno recenti l’età media di un bullo era tra i 14 e i 16 anni, ora fenomeni allarmanti di bullismo si trovano già tra bambini di età compresa tra i 7 e gli 8 anni. È evidente dunque come, sia fondamentale oggi agire in termini preventivi, fin dalle primissime fasi dell’età evolutiva. Non dobbiamo però allarmarci troppo poiché, se da una parte è vero che il fenomeno si sta diffondendo a fasce di età precoci, è anche altrettanto vero che i bambini e i ragazzi stessi, oggi sono più consapevoli del fenomeno, delle sue caratteristiche e soprattutto delle sue conseguenze, avendo maturato, grazie anche alle campagne di sensibilizzazione e prevenzione che li vedono coinvolti a livello scolastico e territoriale, maggior senso di giustizia: l’85,8% ritiene giusto riferire un comportamento di bullismo a genitori e insegnanti. Al pari dei genitori infatti, gli insegnanti hanno un ruolo cardine nella 
prevenzione e nel contrasto del Bullismo e Cyberbullismo, essendo per altro la scuola, luogo di elezione per lo sviluppo della vita affettivo-relazionale dei minori. 

La recente Legge n.71 del 29 maggio 2017, contiene tra le altre cose, anche specifiche 
indicazioni a tutela dei fenomeni di Bullismo e Cyberbullismo in contesto scolastico; tali indicazioni vedono coinvolti vari organi tra i quali spicca una figura cardine ai più meno nota: il referente scolastico per le iniziative contro il Bullismo e il Cyberbullismo, il quale, una volta individuato tra i docenti dell’Istituto scolastico, come normato, può avvalersi della collaborazione di forze esterne, quali polizia, carabinieri, psicologi o esperti del settore, per sostenere e coordinare iniziative di prevenzione e contrasto a tali fenomeni. 

Occuparsi di Bullismo e Cyberbullismo in contesto scolastico, rappresenta oggi una priorità e i programmi di prevenzione e contrasto di questi fenomeni, possono essere rivolti sia alla classe, che a gruppi di alunni, che alla scuola intera, coinvolgendo oltre agli studenti, gli insegnanti, il personale non docente e non da ultimo per importanza, i genitori. Lavorare in classe è estremamente importante, soprattutto perché consente di contrastare non solo i comportamenti, ma anche il contesto in cui il bullismo si viene a creare: il bullo crea proseliti e attorno a lui ci sono osservatori indifferenti o suoi sostenitori attivi. Per tale ragione è importante intervenire sul gruppo lavorando sulle competenze empatiche, e sulla capacità di mettersi nei panni dell’altro. Uno dei punti cardine per rendere davvero efficace il lavoro con i ragazzi passa naturalmente dal coinvolgimento delle famiglie. La cooperazione genitori-scuola, e soprattutto la continuità educativa tra scuola e famiglia, è fondamentale nell’affiancamento a tutti quei giovani che non hanno gli strumenti per affrontare da soli la problematica che li vede, o dovesse vederli, coinvolti. Tale impostazione orientata alla collaborazione e all’implementazione di sinergie, fa riferimento ad un principio che troppo spesso rischia di essere ignorato, ossia che il Bullismo non è mai un fenomeno personale, bensì sociale, dipendente cioè anche dal clima della classe, della scuola, e non da ultimo, dai valori e di principi educativi di cui il minore è portatore.

Scritto da Francesca De Rinaldis

Pubblicato sul numero 3 del 2020 del Il Corace