Cari lettori, dopo lo scorso articolo in cui abbiamo immaginato un colloquio tra Gianni Rodari e Maria Montessori, propongo ora un nuovo incontro tra persone che hanno rivoluzionato la pedagogia, ma soprattutto la didattica: Maria Montessori incontra, ora, Camillo Bertolato e, successivamente, il Reggio Emilia Approach. Maria Montessori e Camillo Bortolato hanno in comune diverse concezioni didattico/pedagogiche. In particolare, l’educazione attiva e il concreto come base didattica d’apprendimento. Sia per Montessori che per Bortolato risulta di estrema importanza che la didattica che Bortolato chiama metodo analogico (comprensione del concetto a partire dall’oggetto concreto metodo analogico significa, infatti, che basa la comprensione dei concetti astratti sulla loro analogia con il concreto). Bortolato afferma che la montagna del sapere è formata da tre livelli: 1. alla base c’è il mondo delle cose, del concreto; 2. poco più sopra c’è il mondo delle parole; in cima c’è il mondo dei simboli scritti. Bortolato denuncia la posizione degli insegnanti, che si trovano sempre in cima alla montagna, dimenticandosi delle fondamenta: essi vengono invitati a scendere dalla cima astratta della montagna, per tornare al mondo delle cose, del concreto; è opportuno basarsi sulla comprensione attiva ed autonoma dei bambini dell’oggetto stesso tramite strumenti sensoriali concreti (molti sono stati creati da Montessori). Scarsissima centralità deve assumere astrattezza teorica e l’utilizzo delle parole, limitate il più possibile. Importante strumento è la mano, inteso come importante organo dell’intelligenza, in quanto, attraverso di essa si fa conoscenza dell’ambiente. Ed è proprio attraverso la conoscenza di tale ambiente che si può formare l’intelligenza, la quale poggia dalla comprensione concreta delle cose, dalla quale non può prescindere. Non a caso, Bortolato realizzerà la Linea del 20, metodo che sviluppa il calcolo mentale simulando il funzionamento delle mani. Altri importanti strumenti sono quelli autocorrettivi. Tutto ciò risulta assolutamente consustanziato da ovvie ragioni psicologiche, che vedono in tale comportamento il metodo di apprendimento più naturale e fisiologico, in quanto l’intelligenza astratta si basa su conoscenze concrete. Non a caso, ciò comporta il duplice risultato di una didattica più veloce («al volo» dice Bortolato) e più efficace. Esempio di tale metodo è il il calcolo concreto. L’importanza dell’ordine mentale nell’apprendimento viene così descritta dallo stesso Bertolato: «I bambini che hanno successo a scuola hanno il principio della posizionalità esteso a tutto quello che dicono e pensano. Perciò mettono le informazioni, cioè i file, in cartelle e poi per non perderle costruiscono armadi e stanze e case piene di cartelle. Come una città in crescita aggiungono case ed altre case, collocando ognuna in un luogo preciso. Così, al bisogno, potranno ritrovarle». Maria Montessori ed il Reggio Emilia Approach hanno molto in comune. Prima di iniziare l’analisi, occorre ricordare che il Reggio Emilia Approach è una filosofia educativa elaborata da Loris Malaguzzi che, nel 1963, ha visto la creazione di numerosi asili comunali (sia nidi, che materne), grazie all’aiuto del Comune di Reggio Emilia. Per garantire la promozione del Reggio Emilia Approach a livello nazionale ed internazionale è sorto nel 1994 per volontà del Comune di Reggio Emilia il Reggio Children, una società pubblico-privata che ha sede al Centro Internazionale Loris Malaguzzi. Il più importante punto in comune tra questi due poli didatti è la costruzione di una educazione attiva, basata sull’osservazione dei bisogni del bambino. Osservare i bisogni del bambino è possibile solo se si costruisce un ambiente in grado permettere ai piccoli di esprimersi. Dice la Montessori: «Il metodo di osservazione è stabilito su una sola base: cioè che i bambini possano liberamente esprimersi e così rivelarci bisogni e attitudini che rimangono nascosti o repressi quando non esista un ambiente adatto per permettere la loro attività spontanea». L’ambiente, poi, verrà a sua volta modificato dai bisogni stessi dei bambini, che permetterà ad essi di esprimersi con maggiore spontaneità, in un perenne circolo virtuoso. Direttamente colle-gato a tali temi è il rispetto per la pluralità dei linguaggi con cui essi si esprimono e, dunque, comunicano i propri bisogni. Per pluralità di linguaggi si intende: pluralità di linguaggi comunicativi personali e pluralità di codici linguistici Impor-tante, dunque, risulta in tale aspetto l’impegno democratico. Esempio di tale rispetto è la poesia di Loris Malaguzzi Invece il cento c’è (con richiami rodariani alla pluralità di espressione). “Il bambino è fatto di cento. Il bambino ha cento lingue cento mani cento pensieri cento modi di pensare di giocare e di parlare cento sempre cento modi di ascoltare di stupire di amare cento allegrie per cantare e capire cento mondi da scoprire cento mondi da inventare cento mondi da sognare. Il bambino ha cento lingue (e poi cento cento cento) ma gliene rubano novantanove. Gli dicono: di pensare senza mani di fare senza testa di ascoltare e di non parlare di capire senza allegrie di amare e di stupirsi solo a Pasqua e a Natale. Gli dicono: di scoprire il mondo che già c’è e dicentogliene rubano novantanove. Gli dicono: che il gioco e il lavoro la realtà e la fantasia la scienza e l’immaginazione il cielo e la terra la ragione e il sogno sono cose che non stanno insieme. Gli dicono insomma che il cento non c’è. Il bambino dice: invece il cento c’è.” Viene proposta un’attività osservativa basata sulla documentazione dell’esperienza educativa e dei comportamenti dei bambini mediante l’utilizzo di un taccuino (un quaderno sul quale maestra annota quello che vede succedere nel quotidiano), una griglia osservativa personale e un diario di classe (un diario in cui annotare gli eventi più importanti - anche per mezzo di una documentazione fotografica, previa liberatoria dei genitori). Tale diario potrà assumere il formato di un quadernone, di un cartellone oppure quello digitale. Nel caso dei primi due formati, si consiglia l’esposizione della documentazione, così che anche i genitori possano essere partecipi delle attività dei propri figli.
sabato 31 ottobre 2020
IL FICODINDIA
Pianta da secoli naturalizzata e coltivata nei Paesi del Mediterraneo che, per le sue molteplici funzioni agronomiche e produttive, è tuttora di notevole interesse colturale in molte aree difficili
Scritto da Giovanni Conca - Pubblicato sul numero 7 del 2020 del "Il Corace"
SESSUALITA' E AFFETTIVITA'
Buongiorno, scrivo per avere un consiglio in merito alla situazione che sto attualmente vivendo. Frequento un uomo di 38 anni (io ne ho 35) da qualche mese, siamo entrambi sposati ma con situazioni matrimoniali infelici. Ci vediamo poco, perché viviamo lontani ed abbiamo impegni familiari e lavorativi ma ci sentiamo continuamente e ci vediamo appena possibile sul web. Quando ci vediamo passiamo splendide giornate insieme e stiamo benissimo, solo che c’è un aspetto nella sfera sessuale che mi lascia perplessa. Ogni volta che lui sta per raggiungere il piacere, si ferma e finisce da solo. La prima volta che gli ho chiesto perché mi ha risposto un po’ imbarazzato e ridendo che non ci si può lasciare andare così, e che “se fossimo stati sposati sarebbe stata un'altra cosa”. Lui riferisce di non avere rapporti con la moglie da diverso tempo, perché non ne è più attratto. È accaduto ancora e chiedendo ancora perché, mi ha detto che lui si sente più a suo agio così, che lo ha sempre fatto anche con la moglie in passato, e che non è naturale per lui fare diversamente. Mi chiedo se sia qualcosa su cui riflettere o a cui dare importanza. Gli ho chiesto se possiamo provare a fare diversamente, mi ha risposto forse, ma lo vedo molto restio a lasciarsi “andare”. Non so cosa pensare, e ammetto che la risposta che mi ha dato la prima volta continua a lasciarmi perplessa. Non credo di essere un’avventura per lui, la nostra storia richiede impegno e rischi che sarebbe sciocchi sostenere per una sola avventura; inoltre, progettiamo spesso il nostro futuro insieme. Vorrei qualche chiarimento in merito, se possibile, e sapere come possa approcciare questa situazione sinceramente un po’ strana. Grazie, Flaminia
Gentile Flaminia, la situazione che descrive in queste sue righe fa pensare ad una tendenza, da parte di quest'uomo, a non vivere "fino in fondo" (in senso simbolico) un aspetto relazionale importante, quale quello della condivisione sessuo-affettiva. Dal momento che la vita sessuale comprende aspetti sia fisici che emotivi, è plausibile pensare che nel momento in cui il piacere aumenta e raggiunge un picco massimo questi si senta impossibilitato nel condividere con la partner questo spazio condiviso. L'orgasmo infatti, sia nell'uomo che nella donna, sebbene sia associato a grande piacere, porta anche con sé l'idea del lasciarsi andare e di “perdere il controllo”. Per qualcuno, questa perdita di controllo può essere un'esperienza carica di ansia e angosce (più o meno consapevoli). Di conseguenza, se da un lato è possibile che andando avanti con la costruzione dell'intimità le cose possano gradualmente migliorare, è anche possibile dall'altro lato che lui abbia questa modalità da sempre e che quindi ci siano ragioni e cause più profonde alla base del comportamento stesso. Da quello che riporta, non sembra quindi che dipenda strettamente dalla sua persona ma dal significato che per lui assume lo stare in una relazione intima con qualcuno. Infine, andrebbero anche esplorate eventuali motivazioni (più o meno inconsce) che rimandano alla paura di una gravidanza indesiderata. Sperando di aver risposto in maniera esaustiva alla sua richiesta le ricordo che al numero 0645540806 è attivo il servizio di consulenza telefonica anonimo e gratuito, dove esperti psico-sessuologi potranno ascoltarla. Un cordiale saluto
Gaetano Gambino
Società Italiana di Sessuologia e Psicologia (SISP)
Ogni mese diversi esperti risponderanno alle vostre domande su qualsiasi tematica legata alla sessualità e all’affettività, che potranno essere inviate all’indirizzo e-mail: corace@sisponline.it

