sabato 31 ottobre 2020

STORIA DELLA SCUOLA Tanti modi di fare scuola: Montessori incontra Camillo Bortolato e il Reggio Emilia Approach

Cari lettori, dopo lo scorso articolo in cui abbiamo immaginato un colloquio tra Gianni Rodari e Maria Montessori, propongo ora un nuovo incontro tra persone che hanno rivoluzionato la pedagogia, ma soprattutto la didattica: Maria Montessori incontra, ora, Camillo Bertolato e, successivamente, il Reggio Emilia Approach. Maria Montessori e Camillo Bortolato hanno in comune diverse concezioni didattico/pedagogiche. In particolare, l’educazione attiva e il  concreto come base didattica d’apprendimento. Sia per Montessori che per Bortolato risulta di estrema importanza che la didattica che Bortolato chiama metodo analogico (comprensione del concetto a partire dall’oggetto concreto metodo analogico significa, infatti, che basa la comprensione dei concetti astratti sulla loro analogia con il concreto). Bortolato afferma che la montagna del sapere è formata da tre livelli: 1. alla base c’è il mondo delle cose, del concreto; 2. poco più sopra c’è il mondo delle parole; in cima c’è il mondo dei simboli scritti. Bortolato denuncia la posizione degli insegnanti, che si trovano sempre in cima alla montagna, dimenticandosi delle fondamenta: essi vengono invitati a scendere dalla cima astratta della montagna, per tornare al mondo delle cose, del concreto; è opportuno basarsi sulla comprensione attiva ed autonoma dei bambini dell’oggetto stesso tramite strumenti sensoriali concreti (molti sono stati creati da Montessori). Scarsissima centralità deve assumere astrattezza teorica e l’utilizzo delle parole, limitate il più possibile. Importante strumento è la mano, inteso come importante organo dell’intelligenza, in quanto, attraverso di essa si fa conoscenza dell’ambiente. Ed è proprio attraverso la conoscenza di tale ambiente che si può formare l’intelligenza, la quale poggia dalla comprensione concreta delle cose, dalla quale non può prescindere.  Non a caso, Bortolato realizzerà la Linea del 20, metodo che sviluppa il calcolo mentale simulando il funzionamento delle mani. Altri importanti strumenti sono quelli autocorrettivi.  Tutto ciò risulta assolutamente consustanziato da ovvie ragioni psicologiche, che vedono in tale comportamento il metodo di apprendimento più naturale e fisiologico, in quanto l’intelligenza astratta si basa su conoscenze concrete. Non a caso, ciò comporta il duplice risultato di una didattica più veloce («al volo» dice Bortolato) e più efficace.  Esempio di tale metodo è il il calcolo concreto. L’importanza dell’ordine mentale nell’apprendimento viene così descritta dallo stesso Bertolato: «I bambini che hanno successo a scuola hanno il principio della posizionalità esteso a tutto quello che dicono e pensano. Perciò mettono le informazioni, cioè i file, in cartelle e poi per non perderle costruiscono armadi e stanze e case piene di cartelle. Come una città in crescita aggiungono case ed altre case, collocando ognuna in un luogo preciso. Così, al bisogno, potranno ritrovarle». Maria Montessori ed il Reggio Emilia Approach hanno molto in comune. Prima di iniziare l’analisi, occorre ricordare che il Reggio Emilia Approach è una filosofia educativa elaborata da Loris Malaguzzi che, nel 1963, ha visto la creazione di numerosi asili comunali (sia nidi, che materne), grazie all’aiuto del Comune di Reggio Emilia. Per garantire la promozione del Reggio Emilia Approach a livello nazionale ed internazionale è sorto nel 1994 per volontà del Comune di Reggio Emilia il Reggio Children, una società pubblico-privata che ha sede al Centro Internazionale Loris Malaguzzi. Il più importante punto in comune tra questi due poli didatti è la costruzione di una educazione attiva, basata sull’osservazione dei bisogni del bambino. Osservare i bisogni del bambino è possibile solo se si costruisce un ambiente in grado permettere ai piccoli di esprimersi. Dice la Montessori: «Il metodo di osservazione è stabilito su una sola base: cioè che i bambini possano liberamente esprimersi e così rivelarci bisogni e attitudini che rimangono nascosti o repressi quando non esista un ambiente adatto per permettere la loro attività spontanea». L’ambiente, poi, verrà a sua volta modificato dai bisogni stessi dei bambini, che permetterà ad essi di esprimersi con maggiore spontaneità, in un perenne circolo virtuoso. Direttamente colle-gato a tali temi è il rispetto per la pluralità dei linguaggi con cui essi si esprimono e, dunque, comunicano i propri bisogni. Per pluralità di linguaggi si intende: pluralità di linguaggi comunicativi personali e pluralità di codici linguistici Impor-tante, dunque, risulta in tale aspetto l’impegno democratico. Esempio di tale rispetto è la poesia di Loris Malaguzzi Invece il cento c’è (con richiami rodariani alla pluralità di espressione). “Il bambino è fatto di cento. Il bambino ha cento lingue cento mani cento pensieri cento modi di pensare di giocare e di parlare cento sempre cento modi di ascoltare di stupire di amare cento allegrie per cantare e capire cento mondi da scoprire cento mondi da inventare cento mondi da sognare. Il bambino ha cento lingue (e poi cento cento cento) ma gliene rubano novantanove. Gli dicono: di pensare senza mani di fare senza testa di ascoltare e di non parlare di capire senza allegrie di amare e di stupirsi solo a Pasqua e a Natale. Gli dicono: di scoprire il mondo che già c’è e dicentogliene rubano novantanove. Gli dicono: che il gioco e il lavoro la realtà e la fantasia la scienza e l’immaginazione il cielo e la terra la ragione e il sogno sono cose che non stanno insieme. Gli dicono insomma che il cento non c’è. Il bambino dice: invece il cento c’è.” Viene proposta un’attività osservativa basata sulla documentazione dell’esperienza educativa e dei comportamenti dei bambini mediante l’utilizzo di un taccuino (un quaderno sul quale maestra annota quello che vede succedere nel quotidiano), una griglia osservativa personale e un diario di classe  (un diario in cui annotare gli eventi più importanti - anche per mezzo di una documentazione fotografica, previa liberatoria dei genitori). Tale diario potrà assumere il formato di un quadernone, di un cartellone oppure quello digitale. Nel caso dei primi due formati, si consiglia l’esposizione della documentazione, così che anche i genitori possano essere partecipi delle attività dei propri figli.

Scritto da Andrea Pontecorvi - Pubblicato sul numero 7 del 2020 del "Il Corace"

IL FICODINDIA

Pianta da secoli naturalizzata e coltivata nei Paesi del Mediterraneo che, per le sue molteplici funzioni agronomiche e produttive, è tuttora di notevole interesse colturale in molte aree difficili


Il Fico d’India, come si può dedurre dall’esame etimologico del suo nome, dovrebbe trarre le sue origini dall’India, ma poiché risulta alquanto dubbio, il ritenerlo indigeno dell’India e delle contrade asiatiche meridionali, l’origine di tale pianta va ricercata nel Continente americano e, in particolare, nel Messico. Da qui, vero-similmente, nell’antichità, il Ficodindia (Opuntia ficus-indica) si diffuse nel Centro America dove veniva coltivato e commercializzato già ai tempi degli Aztechi presso cui era considerato una pianta sacra e con forti valori simbolici: la sua immagine risulta presente sulle monete, su numerose decorazioni e sullo stemma del Messico. I remoti ascendenti degli Aztechi, peraltro, risultano essere i primi popoli che conobbero e utilizzarono il Ficodindia nell’alimentazione umana mentre la produzione di carminio (un pregiato colorante naturale), strettamente correlata alla sua coltivazione, era già diffusa tra gli Incas. Tale carminio, infatti, risulta uno dei beni allora commercializzati e menzionato dal “Codice Mendoza”. Agronomi iberici, nei loro scritti, asserivano anche che nelle Canarie veniva coltivata la Opunzia per l’acido carminico (rosso di cocciniglia) che si otteneva da insetti (Dactylopius coccus) che essa albergava. E secondo Plinio il Vecchio, era conosciuto come Opunzia perché in Grecia, nella zona di Oponzio o Oponte, vicino all’odierna Negroponte, tali piante crescevano spontanee. Fin dall’antichità, inoltre, nelle zone settentrionali dell’Africa si ha notizia di vigorosi esemplari di Ficodindia coltivati non solo per i frutti ma anche per mangime fresco fornito dai cladodi (o pale). O. ficus-indica fu introdotto in Europa probabilmente da Cristoforo Colombo che, di ritorno dalle Americhe, lo portò in Spagna da dove, successivamente, giunse in Italia ad opera di Arabi e Spagnoli che lo diffusero in Sicilia (Valle litoranea del Belice e zone di Trapani, Catania e Messina) dove le ottimali condizioni ambientali ne favoriscono anche la crescita spontanea. Tali località costituirono le pedane di lancio e di propagazione in tutta l’Italia e nelle Isole. Attualmente la specie è naturalizzata in tutti i Paesi del Mediterraneo ove è divenuto elemento caratteristico del paesaggio. Il genere Opuntia è il più noto e rappresentativo dei circa 122 generi appartenenti alla famiglia delle Cactaceae che, a sua volta, comprende più di 1.600 specie. Il Ficodindia fu descritto per la prima volta, nel 1535, da uno studioso spagnolo; fu classificato per la prima volta, nel 1753, ad opera di Linneo che includeva 22 specie nella famiglia delle Cactaceae (oggi, invece, si ritiene possano essere tra 30 e 220 generi e tra 2.100 e oltre 14.000 specie).  Miller nel 1768 definì la specie in Opuntia ficus-indica che rappresenta la denominazione tuttora ufficialmente accettata. Il Ficodindia è una pianta succulenta e arborescente, alta fino a 3-5 metri e caratterizzata dall’articolazione della parte aerea in internodi appiattiti (cladodi, pale o rami), verdi, dotati di un parenchima acquifero e rivestiti di cere. La loro forma è generalmente obovata e le dimensioni  variabili: 30-60 cm in lunghezza, 20-40 cm in larghezza e 19-28 mm di spessore. Le foglie, presenti sui giovani cladodi o sull’asse fiorale sino alla fioritura, sono effimere, avendo una durata di circa 30 giorni, di forma conica e lunghe pochi millimetri. Alla loro base compaiono le areole, gemme ascellari modificate presenti in numero costante per cladodio (in Opuntia ficus-indica 8-9 serie spiralate), il cui meristema si può evolvere in vere spine, glochidi, cladodi, fiori o radici avventizie. Le spine vere e proprie, assenti nelle specie cosiddette inermi, come in alcune cv. di Opuntia ficus-indica, sono sclerificate, di lunghezza e colore diversi. I glochidi, in genere presenti, non essendo sclerificati alla base, sono caduchi, solitamente gialli, lunghi pochi mm e sottili. I cladodi basali tendono a lignificarsi fino a formare un tronco ben definito. L’apparato radicale è piuttosto superficiale, ma nelle piante non sottoposte a coltura appare molto esteso. I fiori, che si differenziano, prevalentemente, dalle areole disposte lungo il margine superiore della corona dei cladodi di un anno, sono ermafroditi, hanno il calice e la corolla formati da sepali poco evidenti e da petali appariscenti di diverso colore, solitamente giallo-aranciato. Gli stami sono numerosi e circondano il gineceo, costituito da un pistillo sormontato da uno stigma multiplo. L’ovario è infero, uniloculare, con diversi ovuli disposti in placentazione parietale. La fioritura del Ficodindia, in ambiente mediterraneo, avviene nel periodo di maggio - giugno. L’antesi (fioritura) si compie in un arco di tempo molto breve, da 24 ore (negli ambienti aridi del Messico) a 36-48 ore (nell’Italia meridionale e insulare). L’auto-impollinazione e l’impollinazione incrociata possono coesistere e diverse specie sono caratterizzate da cleistogamia pre-antesi (fecondazione a porte chiuse), in quanto lo stigma può essere recettivo prima dell’apertura del fiore. Il frutto è una grossa bacca uniloculare, carnosa e polispermica (con molti semi). La polpa si origina dalle cellule papillari dell’epidermide dorsale dell’involucro funicolare e dal funicolo, mentre l’epidermide deriva dal ricettacolo, che è un tessuto vegetativo che circonda l’ovario. Un’elevata variabilità, nella forma, dimensioni, colore dei frutti e caratteristiche organolettiche, è spesso riscontrabile non solo tra le diverse specie e biotipi ma anche nel loro interno. I semi (acheni) sono numerosi (da 100 a 400 circa per frutto), legnosi, di forma discoidale, di diametro pari a circa 3-4 mm e caratterizzati da poliembrionia (sviluppo di più embrioni). La variabilità genetica in questa specie è elevata e l’assenza di un patrimonio varietale standardizzato ha favorito la diffusione di tipi o cloni, classificabili sulla base morfologica dei frutti e dei cladodi. Nei Paesi mediterranei le varietà maggiormente utilizzate in coltura appartengono a O. ficus-indica e, in minor misura, a O. amyclaea. In Italia si sono affermate, in modo particolare,  tre varietà: la gialla (o ‘Sulfarina’) che è la più diffusa, la bianca (o ‘Muscaredda’) e la rossa (o ‘Sanguigna’) le cui denominazioni derivano, ovviamente, dal colore del loro frutto. La maturazione dei frutti avviene solitamente in estate (agostani), ma si possono ottenere frutti  tardivi più grossi e succulenti (bastardoni) mediante la “scozzolatura” una tecnica consistente nell’eliminazione dei fiori della prima fioritura (in maggio-giugno) che consente una seconda fioritura, più abbondante e  con una maturazione più ritardata. Il Ficodindia, da secoli, ha rappresentato una notevole risorsa alimentare per l’uomo e per il bestiame. I frutti, succosi, gustosi e dissetanti, sono dotati di attività antiossidante ed antiulcerosa. Il loro valore nutritivo, dovuto soprattutto al contenuto di zuccheri (18-20%), protidi (4-6%), importanti sali minerali (Ca, K, P, Mg, Fe), vitamine (C, gruppo B, A) e fibre (7,2%), giustifica l’appellativo popolare di: “pane provvidenziale delle regioni aride” ed invita a non sottovalutarli. Che fossero ricchi di acido ascorbico, di polifenoli e flavonoidi era stato già dimostrato dai Ricercatori dell’Università di Messina (2003). Studi recenti dell’Università di Palermo confermano quanto sopra e dimostrano che il consumo di fichidindia riduce il danno ossidativo dei lipidi e migliora lo “stato antiossidante” nelle persone sottoposte al trattamento. È dimostrato, inoltre, che favorisce la diuresi, apporta minerali e vitamine e aiuta le funzioni digestive. I frutti, nei diversi continenti, vengono normalmente consumati freschi ma anche utilizzati per la produzione di numerosi prodotti dolciari come marmellate, sciroppi, gelato e gelatine nonché bevande alcoliche e non. Essiccati vengono usati per preparare conserve e marmellate nonché mostaccioli e mostarda. Uno dei prodotti tipici dell’America Latina è il queso de tuna, che si ottiene per trasformazione dei frutti. Il consumo dei frutti allo stato fresco, che è molto diffuso anche nelle nostre località, è attualmente favorito ed incrementato, non solo per le lavorazioni post-raccolta, tendenti all’eliminazione dei glochidi (spine), tramite apposite spazzolatrici, ma anche per le elaborate tecnologie di frigo-conservazione e i moderni e veloci mezzi di trasporto (treni e aerei). I diversi usi della pianta sono legati, normalmente, alla tradizione sia nei luoghi d’origine sia nelle nuove aree. La varietà d’impiego, spesso, è riferibile alla gastronomia etnica dei diversi Paesi o Regioni in cui il Ficodindia ha rivestito principalmente il ruolo di fonte alimentare sostitutiva di alimenti più ricchi. O. ficus-indica, nel Messico, è per importanza la quinta specie vegetale da cui si producono verdure (nopalitos) tramite la raccolta di giovani cladodi della lunghezza 10-15 cm. I nopalitos ottenuti da diverse specie di Opuntia, che mostrano una notevole ripresa vegetativa e attitudine alla forzatura in tunnel, vengono consumati freschi o cucinati in oltre trecento diverse modalità di preparazione e conservati sottolio o sottaceto. Dai cladodi più adulti si ottengono, per il loro contenuto in fibre, farine particolarmente ricercate per la preparazione di biscotti e composti industriali dietetici ma, vengono anche utilizzati per la preparazione di marmellate e canditi. Riguardo l’uso dell’epidermide dei frutti (buccia) e dei semi (prodotti secondari) sono state messe a punto tecnologie per l’ottenimento, rispettivamente, di canditi e di oli. L’olio estratto dai semi, presenti nei frutti, è ricco di acido oleico e linoleico. Inoltre, come accennato, il Ficodindia permette la presenza e l’alimentazione del bestiame nonché l’insediamento dell’uomo in aree estremamente aride o marginali. Infatti, i cladodi, delle specie inermi e spinose, sono particolarmente appetiti dagli animali poligastrici (bovini e ovini) e possono essere anche insilati insieme al materiale di potatura ottenuto dagli impianti destinati alla produzione frutticola. Il  Ficodindia, in Brasile, Cile, Texas e Africa, costituisce una quota importante nella razione alimentare animale, consentendo notevoli economie nei costi. Nella tradizione europea il frutto di O. ficus-indica veniva utilizzato frequentemente per l’alimentazione di animali monogastrici (suini). Un altro importante aspetto dell’utilizzo del Ficodindia, che consente la sopravvivenza di interi villaggi dell’America centrale e meridionale, è rappresentata dall’allevamento di cocciniglia (Dactylopius coccus) su alcune specie come O. coccinellifera e O. ficus-indica. Tale allevamento, possibile solo in aree con limitata piovosità e con temperature costanti, consente elevate produzioni di acido carminico, che raggiungono persino i 75 kg, ottenibili da 4 raccolte di insetti l’anno, allevati su 20.000 piante/ha. Questo acido, un pregiato colorante naturale, trova nei vari continenti un’ampia utilizzazione, soprattutto, nella cosmesi, nell’industria tessile e nell’agro-alimentare. 

A – Particolari della bellezza e dei colori riguardanti il fiore e il frutto di Opuntia ficus-indica;

B – La Sicilia, vista dalla Calabria con dei Ficodindia (‘simbolo’ della Regione) in primo piano. È . spettacolare ammirare il verde intenso, spruzzato da mille sfumature di rosso, giallo e arancio …..dei frutti, che si fonde armoniosamente con il cielo azzurro delle calde giornate estive siciliane;

C – Il Ficodindia rappresentato nello stemma del Messico, terra di origine di tale Cactaceae;

D – Frutti di Ficodindia bianchi, gialli e rossi relativi alle tre varietà coltivate più diffuse in Italia;

E – Frutti di Opuntia ficus-indica presenti sul margine della corona del cladodio (pala) della pianta.


O. ficus-indica è utilizzato dall’industria, nelle sue diverse parti, per l’estrazione delle mucillaggini, dotate di resistenza alle alte temperature, delle pectine e per la produzione di biogas e concimi organici. Dal settore farmaceutico, che ha rivolto la sua attenzione ai fiori e ai frutti, per la produzione di creme, saponi, shampoo, lozioni astringenti per il corpo e rossetti. Riguardo le proprietà medicinali, la pianta è utile per la cura delle affezioni infiammatorie, del diabete e dell’obesità. La polpa dei cladodi, infatti, grazie alla frazione polisaccaridica presente, ha la capacità di legare i grassi e gli zuccheri ingeriti che, resi non assorbibili, vengono eliminati tal quali, con risvolti positivi sul metabolismo glico-lipidico e nella sindrome metabolica. La vitamina B3, inoltre, potenzia l’azione ipoglicemizzante impedendo la trasformazione del glucosio ematico in colesterolo e favorendo la trasformazione del colesterolo LDL (dannoso) in HDL (buono), così da ridurre la colesterolemia e, di conseguenza, il rischio cardiovascolare. Le mucillagini sono in grado di controllare l’eccessiva acidità gastrica e di regolarizzare il transito intestinale. Tra i vecchi e vari rimedi della tradizione siciliana risultano menzionati: a) l’utilizzo di giovani cladodi riscaldati al forno come emollienti; b) l’applicazione diretta di ‘polpa’ di cladodi, su ferite, piaghe ed ulcere cutanee, come rimedio antiflogistico e cicatrizzante; c) il decotto di fiori con proprietà diuretiche. Pianta arido-resistente, poco esigente e adattabile a tutti i terreni O. ficus-indica è diffuso qua e là nelle nostre zone, ai margini dei campi, nei giardini e negli orti famigliari assolati ed è coltivato in Italia, soprattutto, in Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna. Il 70% circa delle coltivazioni è concentrato nell’area di San Cono (Catania), Belpasso (pendici dell’Etna), Valle del Belice e nell’Agrigentano. Metà della produzione nazionale proviene da S. Cono i cui frutti sono noti per le pregiate qualità morfologiche ed organolettiche. La coltura specializzata, che negli ultimi anni ha trovato interesse anche nell’entroterra del Palermitano, si estende su una superficie di 100 ha circa. In ambito agronomico, il Ficodindia, è spesso utilizzato come frangivento, per la difesa del suolo e per la produzione di compost ma anche come demarcazione di confini tra i fondi, per creare siepi invalicabili e per scopi ornamentali. Le Opuntie, infatti, costituiscono le essenze più rappresentative, nella realizzazione di giardini di tipo mediterraneo, con le svariate forme di cladodi  e le sgargianti fioriture, con il pregio di richiedere bassi consumi idrici e ridotte cure colturali. In nessuna altra parte del Mediterraneo, il Ficodindia, si è diffuso come in Sicilia e Malta dove, oltre a rappresentare un elemento costante nel paesaggio naturale, è divenuto anche un elemento ricorrente nelle iconografiche, fino a diventare in un certo qual modo il simbolo, e nelle  rappresentazioni letterarie: <<… erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava e tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra … >> ( Elio Vittoriani, da Conversazione in Sicilia).

Scritto da Giovanni Conca - Pubblicato sul numero 7 del 2020 del "Il Corace"

SESSUALITA' E AFFETTIVITA'

Buongiorno, scrivo per avere un consiglio in merito alla situazione che sto attualmente vivendo. Frequento un uomo di 38 anni (io ne ho 35) da qualche mese, siamo entrambi sposati ma con situazioni matrimoniali infelici. Ci vediamo poco, perché viviamo lontani ed abbiamo impegni familiari e lavorativi ma ci sentiamo continuamente e ci vediamo appena possibile sul web. Quando ci vediamo passiamo splendide giornate insieme e stiamo benissimo, solo che c’è un aspetto nella sfera sessuale che mi lascia perplessa. Ogni volta che lui sta per raggiungere il piacere, si ferma e finisce da solo. La prima volta che gli ho chiesto perché mi ha risposto un po’ imbarazzato e ridendo che non ci si può lasciare andare così, e che “se fossimo stati sposati sarebbe stata un'altra cosa”. Lui riferisce di non avere rapporti con la moglie da diverso tempo, perché non ne è più attratto. È accaduto ancora e chiedendo ancora perché, mi ha detto che lui si sente più a suo agio così, che lo ha sempre fatto anche con la moglie in passato, e che non è naturale per lui fare diversamente. Mi chiedo se sia qualcosa su cui riflettere o a cui dare importanza. Gli ho chiesto se possiamo provare a fare diversamente, mi ha risposto forse, ma lo vedo molto restio a lasciarsi “andare”. Non so cosa pensare, e ammetto che la risposta che mi ha dato la prima volta continua a lasciarmi perplessa. Non credo di essere un’avventura per lui, la nostra storia richiede impegno e rischi che sarebbe sciocchi sostenere per una sola avventura; inoltre, progettiamo spesso il nostro futuro insieme. Vorrei qualche chiarimento in merito, se possibile, e sapere come possa approcciare questa situazione sinceramente un po’ strana. Grazie, Flaminia

Gentile Flaminia, la situazione che descrive in queste sue righe fa pensare ad una tendenza, da parte di quest'uomo, a non vivere "fino in fondo" (in senso simbolico) un aspetto relazionale importante, quale quello della condivisione sessuo-affettiva. Dal momento che la vita sessuale comprende aspetti sia fisici che emotivi, è plausibile pensare che nel momento in cui il piacere aumenta e raggiunge un picco massimo questi si senta impossibilitato nel condividere con la partner questo spazio condiviso. L'orgasmo infatti, sia nell'uomo che nella donna, sebbene sia associato a grande piacere, porta anche con sé l'idea del lasciarsi andare e di “perdere il controllo”. Per qualcuno, questa perdita di controllo può essere un'esperienza carica di ansia e angosce (più o meno consapevoli). Di conseguenza, se da un lato è possibile che andando avanti con la costruzione dell'intimità le cose possano gradualmente migliorare, è anche possibile dall'altro lato che lui abbia questa modalità da sempre e che quindi ci siano ragioni e cause più profonde alla base del comportamento stesso. Da quello che riporta, non sembra quindi che dipenda strettamente dalla sua persona ma dal significato che per lui assume lo stare in una relazione intima con qualcuno. Infine, andrebbero anche esplorate eventuali motivazioni (più o meno inconsce) che rimandano alla paura di una gravidanza indesiderata. Sperando di aver risposto in maniera esaustiva alla sua richiesta le ricordo che al numero 0645540806 è attivo il servizio di consulenza telefonica anonimo e gratuito, dove esperti psico-sessuologi potranno ascoltarla. Un cordiale saluto

Gaetano Gambino

Società Italiana di Sessuologia e Psicologia (SISP)

 Ogni mese diversi esperti risponderanno alle vostre domande su qualsiasi tematica legata alla sessualità e all’affettività, che potranno essere inviate all’indirizzo e-mail: corace@sisponline.it